eProcurement e trasformazione digitale: opportunità e criticità

12 October 2020| Silvia Sanna
eProcurement e trasformazione digitale: opportunità e criticità

La digitalizzazione sta guidando una vera e propria trasformazione in tutti i processi economici e non, nessuno escluso. Questo comprende, infatti, anche i processi di eProcurement e, più in generale, tutte le attività di gestione e analisi all’interno della Pubblica Amministrazione.

Durante il nostro webinar di maggio sul ruolo del public procurement per il rilancio economico a seguito dell’emergenza sanitaria abbiamo ascoltato l’intervento del Dott. Roberto Reale, presidente di Eutopian, sui nodi da sciogliere proprio nell’ambito dell’eProcurement.

Abbiamo deciso di approfondire ulteriormente il discorso con il Dott. Reale e capire assieme quali sono state (e quali continuano ad essere) le opportunità e le criticità che ruotano intorno all’eProcurement e la trasformazione digitale in Italia e in Europa.

Parliamo del tema dell’interoperabilità e del Principio Once Only: in che modo il documento unico di gara europeo potrebbe stimolare la trasformazione digitale in questo contesto?

Il Documento di Gara Unico Europeo, o ESPD (European Single Procurement Document), è previsto dalla Commission Implementing Regulation (EU) 2016/7 come formato strutturato per la rappresentazione machine-readable dei requisiti e delle evidenze e connessi alla partecipazione degli operatori economici alle procedure di appalto. L’ESPD si pone in modo naturale come applicazione del Principio Once Only (i dati devono essere forniti alla pubblica amministrazione una volta sola) e delle buone prassi in materia di interoperabilità. Entrambi principi già introdotti in Italia alla fine degli anni ’90 da Enrico Bassanini, per inciso.

Al di là di questioni più squisitamente tecniche, come l’imminente adozione del formato multi-lotto e la transizione alla versione 3.0 dell’Exchange Data Model, i capisaldi su cui l’ESPD si impernia sono:

  • interoperabilità: piena interoperabilità cross border attraverso l’interazione con eCertis, la banca dati comunitaria dei criteri e delle evidenze, in grado di “tradurre” tra Stati Membri;
  • data linkage: l’ESPD non deve incorporare l’informazione, ma deve referenziarla, minimizzando la ridondanza e agevolando l’esecuzione di interrogazioni semantiche, secondo il paradigma classicamente enunciato da Tim Berners-Lee;
  • riuso: la costruzione di repository regionali, nazionali e comunitari di ESPD, tuttora in nuce, si può considerare lato sensu una forma di open source, con tutti i vantaggi connessi in termini di efficienza, economia di scala, consistenza, trasparenza, accountability;
  • modularità ed estendibilità.

eprocurement e trasformazione digitale_data linkage

Durante il nostro evento di maggio ci ha parlato dell’eProcurement Ontology: quali sono le criticità maggiori che si sono viste nella creazione di questa infrastruttura informativa particolare?

La EU eProcurement Ontology è un immenso sforzo che l’Office des Publications dell’Unione Europea sta portando avanti per formalizzare tutta la conoscenza di dominio sul procurement pubblico, così come definito dalla norma comunitaria (Direttive 2014/23/EU, 2014/24/EU e 2014/25/EU e regolamenti attuativi). L’ontologia si avvia a diventare il riferimento unico, in termini di architettura dell’informazione, di tutti i progetti implementativi in ambito EU, ivi inclusi quelli relativi al green procurement e al nuovo standard di pubblicazione dei dati di gara (eForms). Per conto dell’Agenzia per l’Italia digitale (AgID), ho avuto ed ho tuttora la grande opportunità di vivere in prima persona le difficoltà e le sfide che un lavoro del genere comporta.

Più che di criticità, parlerei dell’opportunità di adottare un approccio non esclusivamente top-down, perché ovviamente il senso ultimo di uno sforzo di formalizzazione della conoscenza è la capacità di fungere da “blueprint”, da matrice, per la modellazione dei dati nella progettazione e nell’implementazione delle banche dati pubbliche o private e, cosa ancora più importante, nella valorizzazione e nella messa a sistema di quelle già esistenti. Quando si fa innovazione e trasformazione digitale, la salvaguardia degli investimenti passati è importante almeno tanto quanto la riduzione del “debito tecnico” rispetto all’as-is. È quindi essenziale tener conto anche della situazione corrente e garantire in ogni momento che l’architettura dell’informazione minimizzi la disruption e lo sforzo di implementazione o adattamento. L’interoperabilità resta in ogni caso il principio di fondo.

A questo proposito, voglio ricordare che AgID si è fatta promotrice di un progetto di Data Analytics per il procurement grazie all’azione dei colleghi Emanuela Mariotti, Carmen Ciciriello e Daniele Tatti, progetto che ha ottenuto l’inserimento nel programma ISA² e che è oggi in fase di implementazione pilota con la collaborazione della DG GROW G4, rappresentando di fatto la prima validazione concreta, a livello comunitario, della eProcurement Ontology.

eprocurement e trasformazione digitale_european union flag

Quali saranno gli sviluppi futuri in questo ambito e cosa si sta cercando di fare per continuare a stimolare la trasformazione digitale in Europa?

La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha affermato nel suo discorso allo State of the Union 2020 che l’economia dell’Unione dipende in modo critico dai dati e dalla capacità di tutti gli attori dell’ecosistema (pubbliche amministrazioni, aziende, università e ricerca, cittadini) di trattarli e di estrarne valore. In altri termini, si riafferma il principio che la trasformazione digitale è innanzitutto un abilitatore della crescita economica e della capacità dell’Unione di competere a livello mondiale.

Da questo punto di vista è prioritario chiarirsi sul ruolo di quella che si chiama “sovranità digitale”, ossia l’indipendenza da soggetti esterni all’Unione per quel che concerne la totalità dello “stack” digitale (a livello normativo, organizzativo, di processo, tecnologico, di mercato, di competenze). La sovranità digitale si ottiene esclusivamente sviluppando capabilities competitive a livello globale e dipende comunque, in modo non sempre perspicuo, da due fattori cruciali: il ruolo degli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo (lo “entrepreneurial State” descritto da Mariana Mazzucato, che non è “lo Stato innovatore” ma “lo Stato imprenditore”), e una capacità di posizionamento geopolitico e strategico che può travalicare il piano della soft power. Quest’ultimo punto è quasi un tabù nel dibattito pubblico sulla governance e sulla politica estera dell’Unione Europea, perché ovviamente il modello EU è imperniato sulla soft power; però, guardando alla realtà dei fatti, non possiamo ignorare il fatto che i nostri competitor sostengono e difendono la propria dominanza tecnologica attraverso un posizionamento militare.

È essenziale infine ricordare che trasformazione digitale e sostenibilità (il “blu” e il “verde”, come scrive Luciano Floridi) sono profondamente interdipendenti l’uno dall’altra. La trasformazione digitale è un potentissimo abilitatore per uno sviluppo sostenibile, ma deve essere a sua volta promossa e implementata attraverso un rigoroso assessment del costo ambientale di tutte le sue componenti.


digitalizzazione esperto di settore innovazione PA digitale pubblica amministrazione

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